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Dicono di lui

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– Vittorio Sgarbi – Enrico Docci – Ezio Raimondi – Antonio Savioli – Emma Placci – Giuseppe Pittano – Alieto Benini – Luigi Severoli – Bruna Solieri Bondi – Maria Bagnoli – Michele Bassi – Carlo Geminiani – Vincenzo Poletti – Francesco Arcangeli – Natalino Guerra – Gian Antonio Golin – Alberto Mingotti – Maria Grazia Morganti – Enzo Dall’Ara – A. Baccaglini – Sergio Savorani – Elena Gollini


“La ceramica splendida e perenne” 
di Vittorio Sgarbi

 

Un artista conta solo per quanto contano le sue opere.il critico d’Arte Vittorio Sgarbi visita la mostra Antologica di Ghinassi realizzata a Riolo Terme nella sala San Giovanni Battista nell’anno 1994

E questo è Ghinassi che si è costantemente mosso, con una coscienza dalla lucidità provocatoria, sul solco di una tradizione che ha interpretato l’arte come linguaggio universale legato  al rispetto di modelli storici ben determinati. Per Ghinassi il Rinascimento, nelle sue idealità estetiche e intellettuali come nella sua insuperabile materialità artigianale, non è mai finito, non può mai finire. E’ un logos che non si esaurisce perchè ha stabilito la giusta equazione fra uomo e natura, tra ragione e senso; sta all’artista moderno riprenderlo e riaggiornarlo fin quanto basta al gusto dei tempi, istituendo una continuità con il passato.

Non a caso Ghinassi ha voluto specializzarsi in una tecnica come quella della ceramica dipinta, oggi considerata a torto un’arte minore. Il passato non concepiva distinzioni di sorta tra arti “belle” e arti decorative, Ghinassi lo sa bene. Ghinassi ha eletto a propria religione il culto del disegno, prodigioso strumento “a priori” della creazione artistica, razionalissimo medium, per quanto istintivo, tra la natura e la sua illusiva riproduzione. Per Ghinassi l’arte non è il “genio e sregolatezza”, ma è la regolatezza del genio. Nessun bluff, ma tanto e tanto mestiere.

Così come dichiarono a chiare lettere certi disegni giovanili, certe esercitazioni a carattere accademico che hanno in questo senso un valore pragmatico, dove Ghinassi sembra indugiare nella rappresentazione della mano, quasi un rito di appropriazione simbolica delle sue capacità virtuali, oppure i tanti autoritratti con i quali l’artista ricerca un’identità attraverso la proiezione visiva delle proprie aspirazioni  ideali.

Potremmo considerare Ghinassi, alla luce dei nuovi fasti che oggi sta conoscendo la figurazione d’ambito tradizionale, un profeta, un anticipatore dei tempi; ma sarebbe una valutazione forzata e pretestuosa proprio perchè l’artista  non ha mai cercato il confronto con la mutevolezza dei tempi e dei gusti moderni.

Intendiamoci, non che Ghinassi sia un “passatista” ad oltranza, un fanatico oppositore di tutto quanto si distacchi dai modelli aurei dell’arte cinque-seicentesca perchè tende ad un’espressività di immediata forza comunicativa che è senz’altro frutto di un’esigenza tipicamente moderna. Nei suoi ritratti esplicitamente ispirati alle combinazioni multiple di volti sperimentate da un Tiziano o da un Champaigne, ci rileva però che ogni bisogno di modernità è stato ormai confluito nella contemplazione dei grandi prototipi del passato, nella fedeltà ad una perfezione che viene ritenuta insuperabile. Il leonardismo segna la direzione di questo percorso stilistico votato in primo luogo all’esaltazione della toscanità umanistica.

Ghinassi insomma non cerca l’attualità, cerca l’eternità; non è un “anacronista”, ma piuttosto un “sincronista”, uno per il quale il tempo dell’arte non è mai cambiato e continuerà a non cambiare. E’ lo stesso spirito che contraddistingue artisti come Sciltian, Annigoni e il primo Guarienti, affini a Ghinassi nel concepire in questo comune intento il massimo della modernità.

Per ciò che concerne la definizione di Ghinassi  quale “artista della memoria” mi pare che l’applicazione di simili, genericissime etichette (chi non può dirsi artisti della memoria? Lo sono Magritte, Mirò e Warhol, tutti diversissimi tra loro) finiscano per fare un cattivo servizio a coloro che ne sono oggetto. Se la memoria è il passato, Ghinassi è certamente artista della memoria. Ma siccome la memoria è la continuità tra il passato e il presente, Ghinassi non è artista del ricordo, della nostalgia, del mito, del bel tempo che fu.

Ghinassi non evoca , constata. Tutto è presente nell’eternità dei veri valori artistici. Trovo che la liricità del discorso pittorico di Ghinassi provenga soprattutto da questa serena e incorruttibile consapevolezza, miracolosamente immune da ogni senso dell’assurdo, specie quando è coltivata attraverso la sfavillante perennità della ceramica.

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“Sante Ghinassi  pittore in ceramica” 

di  Enrico Docci

 

In un appartato angolo della Romagna, lontano dai fragori della notorietà e delle mode, vive un pittore, nel suo genere, unico al mondo.

Si chiama Sante Ghinassi realizza le sue opere in ceramica, con quella raffinata eccellenza propria degli antichi maestri del Rinascimento. Artista, nel senso più classico e vero della parola, sembra infatti trapiantato nei nostri giorni a far rivivere il mito sempre attuale ed affascinante della pittura in ceramica.

In questo senso, Ghinassi può ben essere definito un poeta che scrive le sue poesie su di una magica terra purificata dal fuoco e sublimata dal suo estro artistico.

L’assoluta padronanza della materia e un innato talento a dominarla esaltandola con l’euritmia di una tavolozza cangiante e nello stesso tempo sobria, gli permettono di ottenere risultati degni della nostra più bella tradizione figurativa.

Come ritrattista poi ha meritato consensi così unanimi ed ha raggiunto una notorietà così vasta da essere definito, a ragione, l’Annigoni della ceramica. Con il suo stile classicamente figurale ma quanto mai caratteristico ha infatti eseguito i ritratti dei più celebri personaggi del nostro tempo, dal Maresciallo Tito (Museo d’Arte Moderna di Belgrado) a Papa Giovanni; dai Cardinali Testa, Sabattani e Silvestrini a padre Pio, Papa Woytila, ecc.

I ritratti di bimbi, realizzati su piatti di grandi dimensioni o su piccole tavolette a mo’ di miniature, ci ripropongono la cromatica musicalità ed armonia degli angeli di Melozzo, così come le fanciulle profumano botticellianamente di primavera.

Comunque la sua musa ispiratrice prediletta rimane la moglie Delelma, ieri, in vita, ad ispirarlo con affascinante bontà e affettuosa dedizione; oggi, che non è più, a suscitargli, come angelo tutelare messaggero di fede, elegiache rimembranze e dolcissimi ricordi.

Per Ghinassi altra fonte di costante ispirazione è la Romagna con i suoi panorami solari, i personaggi caratteristici e gli oggetti tipici più svariati, per non parlare dei fiori e dei frutti, protagonisti incontrastati, con la cacciagione, delle sue melodiose sinfonie di colori che impropriamente si chiamano nature morte.

Ma anche nel suo complesso l’opera di Ghinassi può ben essere definita una sinfonia di colori, in cui il palpito recondito degli affetti più sacri e dei sentimenti più puri si compenetra nei variegati umori della terra avita e nelle multiformi espressioni dei volti della sua gente. Una sinfonia liricamente concepita fin nella sua più tenue nota. Degna di essere contemplata in ammirato raccoglimento ed ascoltata col cuore.

***

Ghinassi è quindi un pittore che fa capo a sé, diverso dagli altri non solo per il suo inconfondibile stile ma anche (o soprattutto) perchè si esprime fuori dai canoni usuali della tecnica pittorica tradizionale.

Dipinge infatti in ceramica e lo fa in maniera eccellente tanto da legittimare l’ipotesi che, proprio attraverso il grande fuoco, egli riesca ad esprimere più compiutamente e meglio che con qualsiasi altro mezzo, il suo messaggio artistico.

Le sue pitture in ceramica con quei tenui riflessi fulgenti di nitore che sanno di infinita dolcezza o che esplodono in vivaci cromatismi dorati di luce e pregnanti di vita sono un originale inno alla figurazione più classica e possiedono l’inconfondibile patina delle vere opere d’arte.

Gli arditi scorci chiaroscurali, le figure sempre di squisita fattura, i paesaggi dal vago sapore fiammingo, le delicate nature morte  modulate iperrealisticamente su temi caserecci portano l’inconfondibile segno di lui, di Sante Ghinassi, un maestro che alle eccezionali capacità tecniche dell’artiere unisce l’ispirazione geniale e l’estro dell’artista di razza.

Dopo la rigogliosa stagione della Rinascenza e l’ottocentesca meteora romantica, Ghinassi può ben dirsi l’ultimo pittore nostrano rimasto ad esaltare con gli smalti e il fuoco la matrice terrigna dela maiolica; l’unico capace di riproporci degnamente la suggestiva lezione del passato attraverso una sublime e quanto mai affascinante sintesi figurale del  presente. Ma senza andare troppo ad insistere su specifiche  ascendenze rinascimentali, peraltro sempre ipotetiche e comunque solo ricollegabili ad una mera classicità di carattere lessicale e semantico, l’opera di Ghinassi si può invece ben più verosimilmente considerare come la luminosa prosecuzione di quella incomparabile stagione della pittura in ceramica che ebbe il suo magico epicentro a Faenza nella seconda metà del secolo scorso per merito precipuo di Achille Farina, pittore, ceramista e maestro di disegno. Questo insigne artista, non del tutto conosciuto come meriterebbe,  con i suoi splendidi ritratti, esaltò infatti la pittura su maiolica come mai era accaduto nei secoli innanzi. I suoi dipinti su smalto a gran fuoco eseguiti con la tecnica dell’impasto dei colori, furono degli stupendi prototipi che non mancarono di ispirare numerosi epigoni da Adriano Baldini che dipinse “ad impasto” a Savino Lega e Giuseppe Calzi che usarono l’ingobbio o dipinsero direttamente  su biscotto a Tomaso Dal Pozzo che trasferì nelle sue maioliche la freschezza dell’acquerello ad Angelo Marabini, eccelso miniaturista, ad Antonio Berti e Giovanni Piancastelli, artisti eclettici e versatili.  Purtroppo questo irrepetibile momento artistico si esaurì nell’ “espace du matin”. Poi tutto si tacque in una silente e colpevole oblivione. Finchè ai giorni nostri si compì il miracolo. A resuscitare la morta esperienza ottocentesca fu il pittore romagnolo: Luigi Varoli che, come scrisse Luigi Dal Pane, “dall’opera del Farina trasse ispirazione per le sue ceramiche”. E a Varoli va anche il merito di aver dato al suo allievo prediletto, appunto Ghinassi, l’investitura di tener vivo il filone pittorico della Ceramica. Ecco perchè parlando di Ghinassi non ci si può esimere dal menzionare, con una riconoscente rimembranza, il  suo grande maestro. Ma nonostante i tanti meritati riconoscimenti  ottenuti un po’ dovunque, le critiche sempre lusinghiere, i plausi unanimi, Ghinassi è rimasto un solitario, un isolato, pago di vivere nel suo paese, in mezzo alla sua gente, a contatto di pochi fedeli amici. Schivo e riservato, ha ognora evitato il fragore del successo pur di rimanere fedele al suo mondo, al culto dei più genuini affetti domestici.

Questo è Ghinassi, un uomo che vive in orgogliosa umiltà, lontano dai traffici mercantili della notorietà, folgorato da un ideale artistico, perseguito con tenace abnegazione e infinito amore fin quando era giovinetto.

Ora ha portato a termine quella che possiamo ben definire la Summa artistica della sua poliedrica produzione; il gigantesco pannello di 100 metri quadri, collocato nell’abside della Chiesa di Riolo e raffigurante il Crocefisso con ai lati alcune scene  della tematica cristologica  svolte  con la consueta grazia e perfezione di stile.

Si tratta di una delle più grandiose opere in ceramica esistenti al mondo ma soprattutto di una di quelle opere che rendono famoso il paese che lo ospita.

E’ questo certamente il dono più bello che Ghinassi potesse fare alla sua gente legando indissolubilmente il proprio nome al paese in cui vive, in un atto di fede e di amore degno di un vero artista.

***

Anche se di solito passa per un autodidatta bisogna pur dire che Ghinassi, ed è lui stesso che ci tiene a farcelo sapere, venne iniziato alla pittura ed alla ceramica da Luigi Varoli, il poliedrico e grande artista di Cotignola, indimenticabile educatore di tante generazioni di pittori che oggi con la loro opera continuano ad esaltare il nome tenendo viva nel modo più degno la memoria del loro amato maestro. Per andare a scuola da Varoli, Ghinassi, ragazzetto di 14-15 anni, animato dalla passione più pura e sostenuto dal più genuino entusiasmo, fece per oltre tre anni continuamente la spola tra Riolo, che allora si chiamava dei Bagni, e Cotignola, percorrendo in bicicletta più di 60 km al giorno…. Sono passati ormai molti anni ma Ghinassi al suo maestro è rimasto tuttora fedele non foss’altro per quell’onesta umiltà con cui vive il suo sogno d’artista:  un artiere d’altri tempi, per intenderci, trapiantato nei nostri giorni a tener vivo il filone della pittura in ceramica.

E così dalle miniature ai grandi piatti, ai pannelli, Ghinassi ha realizzato un’opera unitaria, di alta espressività figurale e di ineccepibile esecuzione tecnica, ritraendo i mille volti della nostra gente, a cui quasi sempre fanno da sfondo paesaggi di vago sapore fiammingo e da contorno piccole cose del nostro piccolo mondo quotidiano.

Come dire che quando, dismessi i panni curiali dell’artista aulico, tutto intento ad alluminare i volti illustri dei suoi munifici committenti, ritorna alle origini, nel suo mondo, tra la sua gente, Ghinassi ci appare in tutta la sua magnificenza: un grande interprete di questa realtà, un vero Maestro!

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“La luce della materia” 

di Ezio Raimondi(Presidente dell’Ist. Per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, Ordinario di Letteratura Italiana nell’Università di Bologna)

 

Si deve prestare ascolto a quanto scriveva Henri Focillon, nei capitoli fertili e luminosi della sua Vita delle forme, la materia di ogni arte è trasformazione e novità perchè le tecniche che vi corrispondono dialogano poi tra loro e tendono a compenetrarsi creando nell’interferenza e nello scambio materie nuove. Intesa come un processo di natura quasi biologica, la tecnica è qualcosa di più del virtuosismo e del mestiere e vuol dire movimento, ricerca, sperimentazione di rapporti e di passaggi, allo stesso modo in cui lo strumento ubbidisce alla mano che lo foggia nel campo prescritto ma insieme variabile delle sue potenzialità espressive. Si può incidere come se si disegnasse con la penna, si può dipingere come se si trattasse di un’acquaforte, con la suggestione del tocco e dei suoi accordi che producono sempre peso, densità, tensione, misura. Così l’opera d’arte afferma la sua preziosa qualità vivente mentre la mano che la concepisce e la progetta mette alla prova, fedele ma anche libera e curiosa, la vocazione formale della materia. Lo stile si incarna nella mobilità della forma, nella fermezza e nello splendore fisico del segno, inventando la propria sintassi, il proprio ordine nuovo.

Nel caso di Sante Ghinassi, è subito evidente che la disposizione inventiva scaturisce dall’incontro tra pittura e ceramica, che continua, certo, una tradizione già collaudata e squisita, ma per piegarla alla grazia tutta personale di una ambivalenza più sottile e tenace, che sembra modularsi nello spartito grafico come la doppia tonalità di una stessa voce vibrante. Proprio perchè la tecnica sapientissima del pittore si fonde e convive con quella del ceramista, tra certezza e rischio, trasparenza e metamorfosi, aria e fuoco, le immagini e gli oggetti acquistano ora un rigore di contorno, una fermezza di tratto che è insieme fluidità, impasto lucente e quasi liquido infuso in una sorta di smalto, di fulgore vitreo ma caldo, quasi lo attraversi la luce misteriosa della vita. Così accade che all’incanto calcolato e scupoloso della linea pura, in un disegno che è soprattutto probità, chiarezza per così dire oggettiva, corrisponde un’orchestrazione sontuosamente armonica del colore, con una luminosità ambrata e cremosa, intensa anche nelle velature, come di una carne intravista e sentita attraverso un sottile cristallo, in un alone ancora di blando tepore. Nell’anamnesi formale di Ghinassi, che poi non è altro che il suo museo immaginario, il suo universo di ricordi e di liberi modelli, ciò che rimane costante nella varietà degli esiti e delle  ricerche è un classicismo della natura, un’ontologia dei corpi e delle loro apparenze, da fissare nella registrazione fedele di un’epifania quotidiana. Di qui il suo culto, quasi il suo istinto della figurazione nell’oggettività indiscutibile della sua forma vivente. Ma bisogna poi aggiungere che vi si associa, complementare, la possibilità continua di una trasfigurazione, non appena l’occhio si fermi sulla trama figurativa e ne riconosca gli accordi profondi, le geometrie interne. Come un virtuoso antico del contrappunto, anche il maestro artigiano del dipingere in ceramica conosce tutti i segreti della materia che manipola e ricrea, a cominciare da quelli di una partitura espressiva immanente al suo stesso ordinarsi, alla sua vocazione combinatoria, per citare di nuovo Focillon.

Quando si entra nell’universo lucido e vigile di Ghinassi, nel suo laboratorio instancabile di abbozzi, disegni, quadri, formelle, composizioni, non si può non restare colpiti dalla costanza dei suoi temi, dall’ossessione tranquilla e quasi naturale con cui egli ritorna sempre agli stessi volti e immagini e gesti, in un orizzonte che è quello circoscritto della sua casa, sia pure con tante finestre che possono di continuo aprirsi su un paesaggio aperto o su una galleria di fantasmi, di archetipi figurativi consegnati al calore seguace della memoria. Sono gli affetti, i sentimenti e le sensazioni di un’esistenza operosa ma appassionata , ricomposti entro il silenzio di una contemplazione assorta e solinga, mai stanca di guardare, scrutare e riscoprire i propri simulacri. Così nel flusso delle ore e dei giorni, sotto il lume intermittente di un occhio a cui l’esattezza analitica  conferisce talvolta una forza visionaria, quasi da miniatura onirica moltiplicata, nasce una specie di diario, di lungo colloquio tra un io autobiografico e le figure che sono il suo mondo, il suo placido, intenso contesto di vita. E si capisce a un tempo perchè, a costo di un eccesso, come avrebbe detto Roberto Longhi, di sedimento locale, tutto venga riportato alla storia, allo spazio di una casa e di una famiglia, persino quando si tratta del grande e poderoso pannello del Crocefisso, con i suoi riquadri gremiti di un piccolo teatro domestico e paesano. Raffigurare significa allora restituire una presenza, ridarle una forma, cara e amata, in una materia dura e lucente, dove la fiamma della combustione sottostante si identifica alla superficie delle linee e dei colori con quella più misteriosa del rimpianto e della fede, della nostalgia e della speranza. La sapienza suprema del mestiere si riverbera e insieme si rinnova nella purezza e nella pazienza candida del cuore.

Anche di Sante Ghinassi si può ripetere che il suo orgoglio consiste in un’umile dignità artigianale, in una gioia silenziosa ed esperta degli enigmi della materia, della luce che si cela in un impasto o in uno smalto di morbide ombre. Egli appartiene alla tradizione, che Manara Valgimigli ha descritto meglio di altri a con il calore franco del vero, di una Romagna intima e umana, fatta di pudore, reticenze, misura. E difatti allorchè lo si incontra lungo una strada florida di paese fra antico e moderno, egli dapprincipio non parla, guarda e sorride come in attesa, cordiale e fiducioso, con la serenità consapevole, ma semplice e modesta, del proprio lavoro, che poi è una fatica lieta e consolante, una lunga e schietta testimonianza vitale. Ma basta accompagnarlo tra le stanze in cui vive e continua la sua mai intermessa ricerca, perchè l’occhio s’accenda di un bagliore più remoto e la mano si animi come una nuova parola, come una confessione nel mezzo dell’officina, divisa, si direbbe, fra tenerezza e ardore eloquente. Sarebbe bello osservare da vicino il lavoro di un ceramista così singolare proprio nel momento della genesi e della metamorfosi, del contatto multiplo e diretto con lo strumento e i materiali compositi dell’invenzione. Il risultato sarebbe , in ogni caso, l’elogio della mano e della sua limpida virtù artigianale di impulso alla forma: un elogio che ci riporterebbe ancora al Focillon da cui siamo partiti, alla concretezza sensibile e tecnicamente sperimentabile della vita  delle forme. Questo vale tanto a Parigi, quanto a Riolo, ieri come oggi.

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“MISTERO E MAGISTERO NELLA CERAMICA DI GHINASSI” Mons. Antonio Savioli

 

E’ la prima volta che mi si offre l’occasione di ammirare una parte non piccola dell’universo ceramico di Sante Ghinassi e l’occasione è stato il grande pannello absidale della Chiesa di Riolo Terme.

La dimensione del pannello è di 100 mq realizzato in piastrelle di 33,3 cm di lato, decorate su maiolica. Dal punto di vista della dimensione e del mezzo è un’opera indubbiamente senza precedenti.

Alla meraviglia del primo impatto è subentrato un sorpreso stupore quando l’ Autore mi ha invitato nella sua casa-studio per mostrarmi la straordinaria mole di disegni preparatori condotti con rigore metodologico degno di antico mestiere al quale non siamo più abituati da almeno un secolo …….

Parlando di magistero alludo alla capacità di Ghinassi di studiare, comporre e realizzare un ciclo grandioso come quello di Riolo. L’artista si è formato alla Scuola di un Maestro eccezionale, Luigi Varoli, dal quale, tuttavia, si mantenne oggettivamente distante in termini di linguaggio. Un approccio approfondito all’ Arte di Ghinassi dovrà tener conto dell’humus varoliano entro il quale prese forma personale la lingua del Riolese così decantata dai fermenti del Maestro.

Il Catalogo dell’ultima mostra dell’ Artista riporta giudizi critici di nomi ben noti …..tutti insistenti sulle qualità pittoriche di Ghinassi, ma, a mio avviso, all’oscuro della dimensione dominante : la Religiosità.

A questo alludevo col termine mistero nel titolo, pensando alla quadriennale fatica della chiesa di Riolo, non tanto per la tematica considerata nei singoli segmenti figurativi, quanto piuttosto per l’intero organismo che viene a configurarsi come sintesi concettualmente rigorosa della storia della salvezza.

La composizione non è sviluppata col metodo delle concordanze, di tradizione colta, nemmeno ricorrendo al “fumetto” duecentesco di ascendenza francescana; attorno al grande Crocefisso centrale circola la tematica cristologica, come ruotante intorno ad un polo, muovendo da basso a sinistra in senso orario: Natività, Battesimo, Consegna delle chiavi, Resurrezione, Pentecoste, per chiudersi con la singolare sezione figurativa della Chiesa itinerante. La storicizzazione del mistero della salvezza è suggestiva.

Meraviglia come qualcuno trovi difficoltà ad accettare il ricorso a modelli vivi e ad ambienti attuali: il popolo riolese è come assorbito e sublimato nel mistero della salvezza, non meno di quanto avvenne negli affreschi di S.Marco, quando l’ Angelico dipingeva Cosimo inginocchiato davanti al divino Bambino, o nelle storie masaccesche del Carmine fiorentino; artisti che non temettero di storicizzare figurativamente il libro sacro utilizzando la loro contemporaneità, visi, costumi, ambienti. Quando di Ghinassi guardo il Battesimo di Cristo, mi viene alla mente il particolare secondo Vasari dell’ignudo che “triema” della Brancacci, e mi pare di assistere al misterioso gemere dell’uomo vecchio che fatica a rinnovarsi sotto l’azione della dunamis battesimale…… E’ solo un particolare; ma il discorso vale per tutto l’immenso pannello dove brulica un’umanità come trasumanata sotto la croce del Redentore.

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Emma Placci
da “Il Piccolo”, 21 aprile 1957

 

In Ghinassi la delicatezza dei colori, la perfezione dello stile, la purezza ed il nitore nella linea donano alle sue opere un palpito di vita crepuscolare….

L’efficacia espressiva di alcuni suoi volti non si può riallacciare ad altri che ai grandi maestri del passato. Un crescendo ammirativo ci prende lo spirito e ci fa intendere l’artista che ha saputo realizzare il suo mondo in un modo simile alla miniatura che nella ceramica è assolutamente originale.

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Giuseppe PittanoMaggio 1957

Ghinassi ha saputo tradurre in ceramica il suo mondo semplice di affetti e di ricordi, di allegoria e di verismo. Le sue figure si potrebbero riportare a secoli molto più lontani, ad affreschi rinascimentali. Ma non si tratta di ritorni stilistici, di imitazioni accademiche; non si tratta di rinunciare a intendere il linguaggio moderno, quanto piuttosto di saper porre i rapporti fra l’uomo vivo e l’eterna poesia dei tempi. Ghinassi usa forme e costrutti antichi per intendimenti profondamente, religiosamente moderni. Le sue opere hanno emozioni pacate, una specie di innocenza spirituale che lo avvicina agli spettacoli della natura e della vita coll’umiltà e il tono di una lauda francescana.

Per questo l’unità cromatica e spirituale dei suoi ritratti fa pensare alla bella stagione dell’affresco.

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Alieto Beninida “L’Avvenire d’Italia”, 1957

Con Ghinassi si respira un’aria di serena poesia che dà un immediato sollievo all’ansia di una ricerca che da troppo tempo rimaneva inappagata. Ricerca di che?  E’ semplice: di ciò che è bello senza complicazioni di ciò che piace senza cerebralismi astrusi e orripilanti, di ciò insomma che consuona  con le esigenze più genuine del nostro essere e del nostro sentire.

Sante Ghinassi è pittore di razza  e insieme ceramista; il quale ha posto a base del suo operare il disegno, banco di collaudo del vero artista. Egli lavora sulla piastrella a cui applica le sue impalpabili invetriature. E la piastrella fiorisce e sorride tra le sue mani irrequiete e diventa prodigiosa materia di evocazione: evocazione di una galleria di volti e di figure umane di ogni età e condizione. E sono proprio i volti che assumono seduzioni avvincenti….

Il Ghinassi eccelle nel ritratto. Il ritratto, lo sanno i pittori autentici, è sempre l’impegno più arduo. Il nostro preferisce l’adolescenza ma ogni tanto cava fuori una maestatica testa di vecchio. Più che all’ottocento Ghinassi guarda al rinascimento. Vi sono visi che sanno, per il modellato e la linea fisionomica, di Pier della Francesca e di Raffaello.

Poi in lui la felice ubertà del colore. Però nulla di sgargiante e sonante. Sono direi toni caldi e sommessi con spruzzatine di primavera. Sempre una luce contenuta, talora un clima vesperale e notturno; più rari i chiarori di albe mattinali.

Anche per queste dosature certi quadri acquistano una soave dolcezza nettarea.

La via della sua arte, improntata da un sano realismo di tradizione classica, è una via solare….

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 Luigi Severolida “Comunità Europea”, 1957

Quello che caratterizza il mondo ceramistico di quest’artista romagnolo è la fedeltà ortodossa allo spirito dell’arte professata. Infatti egli non si lascia attrarre dal richiamo alla curiosità e alla stravaganza dell’astrattismo di moda, né indulge mai a quello decorativo e folcloristico tanto caro a molti suoi corregionali.

Il Ghinassi, maestro della tecnica, chiede soltanto a se stesso e alla natura le emozioni che lo ispirano e che danno indipendenza al suo linguaggio: ove nell’eternità della poesia, si incontrano forme austeramente rinascimentali ed espressioni semplici e schiette di vita attuale, liricamente e religiosamente sentite.

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Bruna Solieri Bondi

da “Il Resto del Carlino”, 1968

 

Ghinassi è stato allievo di Varoli, un maestro che ha donato al suo borgo, con la sua arte, singolare e duraturo lustro. Ghinassi fa onore al suo Maestro in modo magistrale.

Lo guidano nel suo dipingere su ceramica, un gusto raffinatissimo, una mano d’oro, una sensibilità delle cose, un magistero nel disegno, veramente preziosi.

Sembra di trovarsi di fronte, come per incanto, ad opere uscite da una bottega rinascimentale. Un linguaggio antico e nel contempo tutto nuovo per quel fascino di poesia che alita  nel mondo d’arte dell’autore.

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Maria BagnoliServizio TV, “Rai TG-3”, 31 gennaio 1984

Un pittore dal pennello felice che unisce la sapienza tecnica all’ispirazione artistica è Sante Ghinassi. Ravennate di nascita, non ha abbandonato la sua terra e vive e lavora a Riolo Terme, appartato e tutto dedito all’arte.

Sante Ghinassi che fu allievo di Luigi Varoli è da considerarsi il più grande pittore in ceramica vivente. Le sue opere ricordano la raffinatezza degli antichi maestri del Rinascimento.

Il linguaggio di Ghinassi è figurativo, semplice ed essenziale. Come scrive Enrico Docci : “Ghinassi può ben essere definito un poeta che scrive su una magica terra purificata dal fuoco e sublimata dai colori”.

Stile classico figurativo, si, ma anche estremamente personale, specialmente nei ritratti dove appare chiara l’indagine psicologica.

Le sue opere sono in gran parte serene, alcune elegiache, poche drammatiche ed anche queste espresse con senso pacato.

Belli i grandi piatti recanti volti di bimbi, poetiche le sue figure di adolescenti quasi botticelliane.

Nei panorami c’è il sole della Romagna; nei fiori, nelle nature morte, una sinfonia di colori caldi e, sempre, un soffio di poesia.

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Antonio Savioli2 maggio 1991

A Sante Ghinassi, maestro nell’arte del fuoco, dichiaro la mia ammirazione commosso perchè mi sembra rivivere accanto a queste opere un mondo perduto.


 Michele Bassi

da “Il Piccolo”, 21 dicembre

Ghinassi, con le sue opere, ha comprovato la bontà delle previsioni che su di lui aveva formulato quell’eminente caposcuola che è stato Luigi Varoli. Assunto ai vertici dell’arte figurativa attraverso il crogiolo della fiamma con la terra, Ghinassi ha raggiunto la luminosità delle immagini e la perfezione della capacità espressiva, unendo agli ideali della bellezza artistica l’estro e la sensibilità dell’ispirazione più pura.

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Carlo Geminiani
da “L’artigianato Vicentino”  giugno 1992

La pittura di Ghinassi, traendo sicuramente linfa da moduli classici, viene filtrata attraverso una sensibilità sofferta che ascolta i suggerimenti più vicini al suo ideale artistico: dai Fiamminghi al Rinascimento. Ogni opera di questo autore è una sfida con se stesso e con la materia che usa.

Probabilmente c’è in lui, inavvertito ma presente, l’afflato pascoliano che passa dal ronzio di Mirycae al respiro ampio dei Poemi Conviviali senza che un’opera elida l’altra ma anzi valorizzandosi a vicenda.

Egli affida i suoi monologhi colorati a un tormentato Spoon River romagnolo dove uomini e Cristi sono i grandi protagonisti di una vita che tende alla trascendenza in una melodia di colori che sembra un cantico gregoriano.

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Vincenzo Poletti
17 settembre 1969

Ammirate le sue meravigliose opere, provo il bisogno di ripeterle la mia intima soddisfazione per avere avuto il bene di conoscerla e per la gioia spirituale sperimentata a contatto diretto di una maniera sublime di dipingere in ceramica con una tavolozza inimitabile che le permette di realizzare ceramiche incantevoli e miniature stupende.

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Francesco Arcangeli

I pannelli di Ghinassi sono d’alto pregio cromatico, tecnicamente solidi, composti ed espressivi con sigillo artistico inconfondibile.

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“da Varoli a Ghinassi” di Natalino Guerra

La guerra ormai si avverte nell’aria sempre più cupa e nei canti militari sempre più frequenti, ma ancora i vecchi muri delle case sono intatti e il pallido sole dell’autunno cerca tra il fogliame rossastro dei vigneti le scarne facce dei vendemmiatori. La pace silenziosa della bianca strada, che si snoda zigzagando continuamente tra Riolo e Cotignola, viene interrotta improvvisamente dallo sferragliare di una vecchia bicicletta, spinta nervosamente sui pedali da un esile ragazzo quasi quindicenne. Due occhi vivaci e penetranti rivelano contemporaneamente l’ansia e l’impazienza di giungere per la prima volta da Lui, dal famoso Maestro Luigi Varoli, la cui figura è già sacra nel cuore dell’adolescente in cerca di una guida negli ancora oscuri ed intricati sentieri dell’arte.

Finalmente, accolto con premura affettuosa dalla Signora Annetta, è introdotto in quell’arcano studio, dove, al centro di un gruppo quasi estasiato di giovani allievi, parla Lui, apparentemente un “uomo comune”, in cui il neo-discepolo istintivamente avverte l’eccezionale sensibilità dell’artista e la straordinaria capacità didattica dell’uomo. Ed il Maestro, con un saluto errante tra la sorpresa e la familiarità e con la solita espressione bonariamente burbera, lo accoglie in quella “comunità” di altri tempi, dove gli allievi si sentono figli e dove i segreti dell’arte vengono svelati  unitamente ai valori della vita. Il Maestro, sempre “timido e scomodo”, inizia lì, nella casa-scuola, un dialogo umano e pedagogico, che continua poi, con quella sua andatura un po’ strascicata, lungo le rive del Senio in un’armonia profonda tra la sua luminosità spirituale e la luce attenuata del sole pomeridiano.

Trascorrono i mesi e passano gli anni. Il giovane allievo diventa il pittore e ceramista Sante Ghinassi, ma la sua mente è sempre fissa là, alla scuola-famiglia  di Cotignola. Sente ancora, dietro alle sue spalle, l’ombra umile e discreta di quel padre, che gli parla e gli tratteggia il piccolo mondo ed i volti marcati dell’antica civiltà contadina. Anche dentro Ghinassi, il Maestro, “cavaliere errante ed inquieto” si trasforma, come afferma De Grada, nel “Passator cortese della cultura romagnola, apparentemente sradicato dal tessuto sociale, figura romantica di una volta, dietro alla quale piace immaginare l’ampio spazio della pianura romagnola”. E l’allievo Ghinassi nella delicatissima ceramica che è pittura e nella finissima pittura che assume le vesti della ceramica eterna la Romagna di Varoli in una cornice quasi rinascimentale, dove figure umane e paesaggi naturalistici parlano e dialogano, in un’atmosfera transumana, quasi essenzialmente tratteggiati su di “una magica terra purificata dal fuoco e sublimata dai colori”.

Uscito dalla scuola di Varoli “con esito massimo in ogni prova” e con riconoscente “qualità eccezionali d’artista”, Sante Ghinassi percorre poi le sue originali strade della vita e dell’arte, ma lo spirito di Luigi Varoli continua ad aleggiare su di lui, sulle sue nature morte e sui suoi vivi autoritratti , sulle sue maschere  e sulle sue stagioni, sul suo realismo e sulla sua allegoria. Anche per lui al centro degli affetti umani e degli effetti policromatici è la famiglia, dove l’indimenticabile sua Delelma rieccheggia la dolcezza, la bontà e la spiritualità dell’indimenticabile Annetta Varoli.

E proprio lui, forse il discepolo prediletto del marito, Annetta con una delicatissima lettera si rivolge per il ricordo del “povero marito” nel cimitero di Cotignola. No, non è un ritratto che Annetta chiede al Ghinassi, ma solo “una bellissima piastrella a colori” come solo lui sa fare. Ed in quella stupenda “piastrella” c’è tutto Ghinassi, con il suo passato e con il suo presente, con i suoi ricordi e con i suoi affetti, con la sua umiltà di allievo e con la sua bontà di uomo. E così in Ghinassi  continua a vivere Varoli, come insieme Varoli e Ghinassi  continueranno sempre a vivere nel mondo dell’arte e nel cuore degli uomini.

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“Voci dal silenzio” di Gian Antonio Golin

 

Il destino solitario di Sante Ghinassi fu più che un’imposizione una scelta, il suo lavoro minuzioso e distaccato è più proprio all’eremo che alla bottega del pittore. Sono poche le concessioni alle confidenze e il silenzio gli è così caro; è forse un rito o un voto, e noi non sappiamo quasi nulla di lui. Amava tanto la moglie e quando lei partì, Sante si senti svuotato per sempre. Il talento per il disegno e il colore si manifestava subito, quando era ancora bambino e nessun gioco lo distraeva dai segni intriganti della matita: se ne erano accorti tutti e lo mandarono ad imparare dal maestro di Cotignola, pittore e artiere della ceramica, secondo le tradizioni di Faenza e delle Belle Arti.

L’incontro con Luigi Varoli fu determinante: non divenne solo il maestro venerato, ma l’amico e la guida. I ritratti che Ghinassi ha fatto di lui stanno alla sua arte come le opere più convincenti: sono ritratti a lungo meditati, nella luce vera, ed emanano la complicità di un sentimento complesso. Varoli aveva un’intelligenza posata e contemplativa. L’intelligenza matura di chi ha fatto tutte le esperienze ed ha visto tutto eppure continua a guardare per trovare continuamente il nuovo nel già visto. Era questo fatalmente importante: la possibilità di sconfinare dai limiti del paese, dalla consuetudine di uomini e di cose che saranno sempre gli stessi, dell’oggi e del domani sempre uguali e lenti della provincia. Si poteva così sfuggire in modo lieve, dolce e quasi impercettibile al tempo.

Ghinassi vive da sempre a Riolo, nella valle del Senio, poco lontano da Faenza; è un uomo non molto alto, dagli occhi chiari e vivaci.Insieme a Delelma, la moglie, partiva per viaggi brevi, senza complicazioni, nessuna frattura con gli spazi confidenti e troppo pochi incontri in quegli anni ’50, che furono i suoi più fecondi, e così nervosi di fermenti sulla ribalta della Europa e dell’America riavvicinate. Non si è lasciato sedurre dai Modernismi e dalle Avanguardie per restare fedele alla figura, con tutte le implicanze di una fede dichiarata nella tradizione classicista. Ghinassi ammira i capolavori del Rinascimento e ne studia gli autori fino ad incarnarne il mito. Ama i paesaggi neerlandesi e fiamminghi del ‘600 o le serene lontananze di Corot.

La sua pittura ci porta ad immagini di un tempo e di una civiltà che non ha eroi ma che è sicura dei propri sentimenti, figure alle quali è implicita la fedeltà: la madre, la moglie, Angelica di Roma, pochi amici, il proprio ritratto, nelle molte varianti quasi ossessive, ripetute ed iper-reali, infine dolorosamente immobili. Niente è più difficile che essere un pittore figurativo: cogliere l’apparenza delle cose consuete, inseguire l’impercettibile mutazione alla luce e al sentimento, definirle come immagini assolute, attraverso una progressiva rarefazione della loro fenomenicità stessa. L’artista è in gara, non ha due chances, l’approccio è difficile e istantaneo, non vi è possibilità per una sommaria definizione. L’arte non ha aggettivi e non chiede altri contenuti che quelli della stessa realtà da cui nasce.

E’ troppo facile dipingere quello che c’è, quello che si vede: bisogna cogliere ciò che è di dietro le cose: ridurre alla trasparenza gli oggetti visitati con la memoria, eccitarne le ombre, sciogliere la materialità delle cose e inseguire i loro fantasmi nel vuoto. Ghinassi è fondamentalmente un miniatore e sa trattare mirabilmente i volti che ritrae, è un pittore di “occhi”, di occhi straordinariamente espressivi, forse gli occhi sono ciò che più mi attira nella sua pittura: sfuggenti o profondi, appena aperti o gradualmente dilatati, dietro al vetro delle lenti, intensamente intelligenti come quelli di Varoli, veri e un po’ impauriti o meglio timorosi, quelli dati a certi riolesi di cui non ho i nomi.

Mi piacciono anche certi paesaggi, paesaggi liberi o frammenti di paesaggio, trasparenti anche quando l’atmosfera vibra  del vapore caldo delle nebbie, e la sensualità della terra romagnola offre fragranti odori e lucide plaghe colorate. In questi ultimi anni Ghinassi ha trasposto la sua ricerca in alcune grandi imprese narrative di tema sacro, di cui resterà celebre il grande pannello della Crocefissione della Parrocchiale di Riolo. Ma dal maestro, dalla maturità di questi suoi anni e dall’innegabile sicurezza della mano, attendiamo un ritorno ai silenzi e alla poesia dei dipinti spogli ed intimi di un tempo; penso soprattutto ai mirabili ritratti tra il ’50 e il ’60.

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“Album di famiglia” di Alberto Mingotti

 

A metà degli anni Venti del Novecento il ravennate Enrico Ghinassi, con la responsabilità che gli deriva dalla nascita dei due gemelli Costante e Sante, decide di rafforzare la propria posizione economica. Per fare questo medita di lasciare l’attività di commesso di ferramenta per mettersi in proprio ed esercitare con maggiore profitto il mestiere che conosce. Facendo una indagine di mercato, visita i paesi della provincia e riscontra che Riolo Bagni è sguarnito di un esercizio commerciale di ferramenta. L’unica attività che parzialmente risponde a tale bisogno è gestita da una signora che, con una certa stanchezza, commercia molteplici prodotti. Ghinassi ne rileva l’attività e nel 1926 con determinazione professionale inizia a gestire il negozio caratterizzandolo nell’aspetto settoriale tanto che, per l’impulso impresso, dopo quasi novant’anni, l’esercizio è ancora attivo.

I due piccoli fratelli crescono e n da piccolo Sante sente un amore per la pittura che la famiglia asseconda avviandolo ad una formazione specifica. Sante, facendo un lungo percorso da Riolo, in bicicletta, si reca a Cotignola per formarsi presso la locale Scuola d’Arti e Mestieri diretta dal maestro Luigi Varoli (1889 – 1958). L’artista di Cotignola è essenzialmente un pittore ma conosce molti linguaggi artistici che elargisce ai suoi studenti. In gioventù Varoli si era interessato alla ceramica e, nel periodo in cui frequentava l’Accademia di Roma, aveva incontrato Ferruccio Palazzi, Renzo Cellini e gli altri artisti protagonisti della straordinaria vicenda ceramica della capitale. Di questo episodio ho conoscenza grazie ai racconti che mi faceva l’amica Maria Teresa, moglie di Renzo Cellini la quale, negli ultimi anni della sua vita, si era trasferita a Riolo Terme. Maria Teresa, che spesso mi parlava degli artisti della ceramica romana di inizio Novecento, mi mostrò una fotografia a scattata negli anni Venti a San Salvatore Lauro dove un gruppo di artisti, e tra loro Varoli, posava accanto alle proprie realizzazioni in ceramica. Questa istantanea costituisce un documento delle conoscenze ceramiche acquisite a Roma da Varoli negli anni della formazione e poi diffuse, a Cotignola, nella sua attività di insegnante.

Sante, in bicicletta, da Riolo si reca fino a Cotignola per seguire la lezioni di Varoli. Non studia a Faenza nonostante sia più vicina alla sua abitazione e dove dal 1916 è attiva la scuola di ceramica fondata da Gaetano Ballardini. La Scuola delle ceramiche nata nel 1916 aveva mosso i suoi primi passi con una concezione similare alle scuole d’Arti e Mestieri presenti in Romagna: come loro si occupa della formazione delle maestranze attive nelle manifatture locali. La Scuola per la Ceramica di Faenza si differenzia dalle altre scuole perché punta ad una maggiore specializzazione.

Alla Regia Scuola per la Ceramica di Faenza gli studi di tipo storico compiuti da Gaetano Ballardini ricadono nell’attività didattica dell’Istituto e ne segnano il percorso soprattutto con la rivisitazione dei modelli del passato Quattrocentesco. Invece un’identità meno dedicata come quella esercitata a Cotignola, e forse anche per la formazione composita di Varoli, consente ad alcuni studenti fortunati di trovare delle risposte individuali. Così l’insegnamento di Varoli permette a Ghinassi di raggiungere esiti derivati direttamente dalla pittura su tavola o su tela più che dalla ceramica tradizionale.

Nel 1945, nei mesi non facili che accompagnano la fine del periodo bellico, all’età di 21 anni, conosce la tragedia della morte del padre. Questo evento lo costringe alla cautela e, con il fratello, a dedicarsi all’azienda di famiglia che, sia pure con un’oculata conduzione, gli poteva garantire un reddito. Il negozio è la fonte di sostentamento ma anche un vincolo per chi sente di essere destinato all’arte. Così il negozio di ferramenta diventa il centro attorno al quale ruota la sua esistenza economica ma anche d’artista. Da una parte c’è la conduzione del negozio dall’altra la ricerca della libertà dagli impegni di lavoro per ritagliarsi alcune ore per stare nello studio. Il suo continuare ad occuparsi d’arte viene sostenuto fortemente da Varoli; Ghinassi ascolta le indicazioni del suo maestro e lo eleva a figura genitoriale, almeno per quanto concerne la formazione artistica. Non solo raccoglie l’apprezzamento del suo autorevole Maestro ma pure quello indiscusso di Gaetano Ballardini che, anche se non è un allievo della sua scuola, lo segnala affinché venga incaricato di realizzare una grande opera ceramica con la raffigurazione di un santo da collocare in uno spazio pubblico.

E’ tramite il negozio di ferramenta che negli anni Ottanta conobbi il lavoro di Ghinassi. Esponeva le sue opere nella vetrina del negozio nel quale trascorreva la mattinata per poi impiegare il pomeriggio nello studio. Nel negozio c’era un cavalletto da pittore sul quale collocava un lavoro che lasciava esposto per alcune settimane prima di sostituirlo con un altro elaborato. Il pubblico era rappresentato dai suoi concittadini e dal turismo termale. Credo che si trattasse di un pubblico circoscritto ma attento a quell’appuntamento.

Ogni volta che nella vetrina vedevo un’opera nuova con curiosità mi fermavo a guardare l’ultima proposta di Ghinassi. Generalmente erano immagini dipinte con colori sotto vetrina su piastrelle di terraglia o con smalti e colori su terracotta di tipo industriale. La sua scelta di dipingere oggetti di forma rettangolare o quadrata mi faceva pensare alla pittura su tela mentre di solito il mondo degli oggetti ceramici è riconducibile alle forme circolari. Anche i soggetti mi facevano pensare alla pittura; in particolare l’artista era concentrato sui temi della natura morta e del ritratto che nonostante la vetrosità del materiale, all’interno della quale le immagini apparivano lievemente dissolte, erano dipinte con grande definizione per i dettagli. Tale precisione rappresenta una caratteristica piuttosto rara da trovare in ceramica.

La sua pittura, per il metodo impiegato e la qualità delle immagini caratterizzate da un alto livello di descrizione, mi appariva come l’esito di un vedere penetrante. L’acutezza del suo sguardo gli consentiva di rappresentare cose che raramente si vedono perché percepite come irrilevanti. Anche soggetti umili, come un bicchiere di vino o di acqua, acquistano dignità di rappresentazione e si mostrano capaci di richiamare gli sguardi per farli confluire su di essi.

Nel dipingere nature morte raggiunge esiti di rarissima bellezza ma è nei ritratti dipinti su ceramica che tocca risultati imparagonabili. Rare volte in ceramica, ma non solo in questo materiale, ho incontrato ritratti tanto ben interpretati quanto quelli da lui realizzati; sempre ho la sensazione che i volti da lui dipinti escano dalla superficie per venirmi incontro. Ghinassi debutta giovanissimo nel mondo dell’arte dando fin da subito prova di grande abilità. Un ritratto del padre, dipinto quando aveva 18 anni e appeso nel vecchio negozio, ci informa del talento di disegnatore che manifesta fin dalle prime prove; infatti un’immagine fotografica posta accanto alla ceramica non lascia dubbi sull’identità della persona ritratta. Il ritratto è eseguito in monocromia color marrone sotto vetrina su terraglia e questo indica la consapevole tecnica del giovane artista; l’impiego difficilissimo della policromia con colori e a smalti è un territorio più complesso al quale l’artista perviene con efficacia pochi anni dopo.

Frequentando il tema del volto Ghinassi si inserisce in un genere affrontato in ceramica da secoli ma che solo a partire dalla metà dell’Ottocento risponde a intendimenti di riconoscibilità. I nomi degli artisti che frequentano il ritratto su ceramica sono piuttosto noti e, per quanto concerne l’Italia, sono quelli di Achille Farina (Faenza, 1804 – 1879), Angelo Marabini (Faenza, 1818 – 1892) e di pochi altri. L’identità di Ghinassi ritrattista discende oltre che dall’osservazione dei maestri sopra citati, dall’amore per la pittura rinascimentale e dall’incontro con Varoli. La ritrattistica su ceramica è una vicenda che ha una durata di circa cento anni e Ghinassi, all’interno di questa esperienza, è l’ultimo e solitario protagonista di questa speciale dinastia di autori. Mentre la ceramica del secondo dopoguerra conosce l’esperienza del picassismo e dell’astrazione, Ghinassi continua il suo percorso pensando ai Maestri assunti come modelli. In un tempo sedotto dalle proposte della modernità, in cui gli artisti realizzano opere fatte per violentare la vista e che sembrano nate solo per essere accolte in un museo, egli esegue con straordinaria abilità meravigliose miniature di pochi centimetri con ritratti. In genere, Ghinassi rivolge la sua attenzione ad un universo intimo: ai propri famigliari, alle persone care, ai personaggi del paese. Questo non significa che non sia disposto ad affrontare opere di grandi dimensione come dimostra la composizione collocata nella chiesa di Riolo Terme. Anche in questo caso, però, il lavoro si caratterizza per essere eseguito con la sua consueta precisione: in esso l’artista ritrae e fa agire i suoi famigliari e persone del paese che appartengono al suo mondo affettivo. Sono personaggi che ancora riconosciamo anche se sono passati alcuni decenni da quando ha realizzato il dipinto. La cura dei dettagli messa in campo è talmente alta che anche quando, col trascorrere del tempo, non sarà più possibile esercitare la riconoscibilità dei soggetti, non ci saranno dubbi che quelle immagini furono riferite a delle precise persone.

L’artista concentra la sua attenzione sul volto e ne fa il teatro della propria esperienza pittorica. La faccia, più di qualsiasi altra parte del fisico, è la parte del corpo che offre l’opportunità estetica di tenere assieme la pluralità degli elementi costituenti la figura umana. Il viso riassume il corpo stesso e rappresenta il luogo della sintesi dove si concentra l’idea di individuo; in esso convergono la postura del corpo, il modo di vestire, lo stile della persona ritratta, l’espressione precisa della personalità.

All’interno della ristretta superficie del volto, il pittore dà ordine alla bocca, agli occhi, al naso, alle orecchie. Sono orifizi importanti, dal chiaro valore simbolico, perché essenziali per la vita. Con il pennello dispone il vedere degli occhi, il respirare del naso e il movimento delle labbra e fissa le altre parti del volto.

La cura che il pittore dedica al singolo elemento è alta; la modificazione anche marginale di questi provoca gli infiniti mutamenti del volto e ne compromette la somiglianza. La precisa esecuzione della singola porzione partecipa della realizzazione dell’insieme. Per questo motivo il pittore, con scrupolo, fissa le singole parti, accorda i diversi elementi e la molteplicità dei dettagli, per farle diventare figura proporzionata e durevole.

Spesso dipinge i volti di suoi familiari ma, a volte, opera pure per qualche committente che manifesta l’intenzione di richiamare alla memoria l’immagine di una persona cara durante la sua assenza. Sono immagini che, per la cura di esecuzione, soddisfano sempre il piacere del riconoscimento della persona rappresentata, ciò nonostante in esse sono ritrovabili degli elementi riconducibili al pittore stesso e al suo mondo famigliare. Non potrebbe essere diversamente visto che la cura con la quale il pittore si dedica al ritratto rappresenta il compimento della sua soggettività. Nei suoi dipinti realizza sempre qualcosa di se stesso.

Altre volte Ghinassi affronta il tema dell’autoritratto nel quale conferma la sua identità di pittore tanto che, in molte occasioni, si raffigura col pennello in mano. Nell’autoritratto il pittore, spesso, si racconta con immagine ricche di particolari che ci restituiscono ininterrottamente la rappresentazione di se stesso all’opera e lo spettacolo della pittura che si sta facendo. A volte, invece, facendo un’operazione di grande radicalità, giunge a riassumersi e a raccogliersi nella rappresentazione del suo solo occhio attraverso il quale pare osservare il mondo. Il disegno e il colore ceruleo dell’occhio non lasciano dubbi che quello sia lui. Il rappresentarsi attraverso l’organo della visione mi pare una scelta alquanto fondata; esercitando il primato dell’occhio acquisisce rare conoscenze tecniche che gli permettono di dipingere un universo poetico rappresentato degli affetti più cari.

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“Omaggio a Sante Ghinassi”
 di Maria Grazia MorgantiMaiolica Italiana

 

Appartato, in apparenza estraneo ai dibattiti pre e post-informali del secondo dopoguerra, Sante Ghinassi ha elaborato negli anni una personalissima via alla figurazione, sviluppando una visione poetica del tutto particolare che combina un rispetto quasi maniacale per il vero – Ghinassi dipinge sempre in presenza del soggetto – con una dimensione visionaria del reale, nella quale spesso si mescolano con assoluta naturalezza i simboli e gli oggetti, i vivi e i morti, il metafisico e l’ovvio, senza particolari preoccupazione d’ordine temporale o logico. Stupisce in lui non tanto il saper passare con disinvoltura dalla natura morta – indimenticabili certi sontuosi trionfi vegetali, in bilico fra Caravaggio, barocco e De Chirico “tardo” – al paesaggio, al ritratto, al soggetto religioso, quanto la capacità di conservare sempre una propria inalterata cifra stilistica, fatta diponderatio e di limpida percezione del mondo delle cose. E’ la tecnica, invece, a variare a seconda delle situazioni e Ghinassi alterna con assoluta maestria la pittura ad impasto su maiolica (vanto dell’800 faentino, con Achille Farina in testa), a quella a piccoli tocchi, ad una sorta di pazientissimo enflochetage, il minuto incrocio di pennellate cui ricorre nelle opere di grandi dimensioni come il gigantesco pannello dellaRedenzione di Riolo. Nella sterminata galleria di ritratti ed autoritratti che popolano i 50 anni ed oltre della sua attività colpisce la persistenza dolcemente ossessiva di alcuni modelli prediletti che ritroviamo più e più volte nelle sue opere, talora trasfigurati in apostoli, evangelisti, pie donne o elementi di un’allegoria. Ma forse è proprio in questo bisogno di ritornare sui volti più cari che sta la chiave, anche esistenziale, della sua poetica.E se, come pare, è il sentimento a guidare l’occhio e la mano, allora non deve stupire come Ghinassi rimanga sempre lontanissimo da ogni freddezza fotografica, pur nell’accuratezza un po’ surreale di questi volti, che fa di lui una sorta di Sciltian dalla tavolozza più festosamente mediterranea.

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“L’astrazione tattile dell’arte.”  di Enzo Dall’Ara

 

“omaggio a Sante Ghinassi” è il titolo della mostra dedicata all’illustre artista riolese e organizzata al Museo Internazionale delle Ceramiche a Faenza. Sono esposti ritratti e autoritratti, realizzati fra il 1959 e il 1997, esaustivi della ricerca stilistica e compositiva di uno dei maggiori ideatori contemporanei di dipinti in ceramica. Aderente a cifre espressive di estrema purezza esecutiva e di preziosa resa cromatica dei contenuti, Ghinassi, pur sensibile alle istanze di rinnovamento creativo proprie del secondo dopoguerra, ha sempre seguito i tracciati di un sentire artistico coerente con corollari iconografici e semantici risonanti del mirabile e insuperato equilibrio sintattico rinascimentale, nonché vibranti delle idealità esornative e strutturali della stagione artistica romantica ottocentesca. Questo non significa che l’autore si sia arreso a una sorta di esaltazione scenica del passato, ma piuttosto che egli ha dimostrato l’”atemporalità” e l’”aspazialità” di un’arte sublime, rivitalizzandone i contenuti intrinseci ed estetici, in una visione del reale talmente avvertita da divenire sublimazione della realtà stessa e interpretazione personale del sensibile proiettata, con l’eloquenza di incisivi simboli, in dimensioni metafisiche. La compostezza gestuale, le trasparenze timbriche, le opalescenze tonali, il lirismo del disegno coniugano le innate qualità espressive e le profonde conoscenze tecniche dell’autore a un universo creativo e cromatico espanso alle dimensioni eterne dell’arte. I ritratti e gli autoritratti di Ghinassi, pervasi di infinite onde esistenziali e di un calamitante pathos lirico, sono specchi su cui fissare l’emozione del vissuto e su cui leggere la proiezione catartica del pensiero, per riscoprire le pulsioni spirituali dell’immagine e per esplorare nelle pieghe inconscie della propria interiorità. Sapente ideatore di forme e volumi, di prospettive e profondità, di toni cromatici e luministici, Ghinassi è indomito alchimista della materia, del colore e del fuoco che, avvinti in una triade indissolubile, pervengono a eccelse mete semantiche, sempre vibranti dell’astrazione tattile dell’arte.

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“L’arte nella casa di Sante Ghinassi”

A. Baccaglini da “Il Nuovo Diario” del 20 novembre 1976

 

Visitare la casa riolese di Sante Ghinassi, così ricca alle pareti di opere egregie da lui ideate e create in un suo modo di perenne felice poesia è un vero godimento spirituale.

Non tanto per l’ordinata esecuzione del disegno, che è la vera vocazione del ritrattista, quanto per il delicato e morbido accostamento dei colori che vivacizzano e profondamente colpiscono il visitatore.Tra innumerevoli lavori, molti ritratti, che raffigurano famigliari, voti semplici e così visivi, ma anche studi e piccoli ritratti. Ritratto di bimba del ’73, ma prima una succosa ”Manifestazione di popolo” del ’49 e un “Autoritratto” con la moglie” del ’50 e un dolcissimo “San Tommaso Apostolo” di notevoli dimensioni ( 2,10 x 1,50) e un prezioso “Ritorno da caccia” del ’67 che bene può stare accanto quale piacevole accostamento alla pattuglia dei Maestri del ‘600.

Non da intendersi questa ultima nota di gratuita semplicità, perchè Ghinassi “si è fatto da sè” sia pure sotto il vigile e accorto intuito del Maestro Varoli nella Scuola  Arti e Mestieri di Cotignola in quel di Ravenna.

E’ arrivato per la costanza volitiva, ma anche, ed è facilmente pensabile, per la sua vocazione  di autentico pittore nato. Le sue opere nulla perdono di quanto le fece vive e valide nel giorno in cui venivano createdal nulla, dall’aria, ma soprattutto alla luce improvvisa gettata sulle cose da uno sguardo colmo di amore per quelle figure.

Esse sono fresche e gentili, autentiche e semplici e pertanto la sua pittura viene nobilmente convalidata in una forza riconosciuta a questo artista timido e schivo così come sovente accade a chi non di altre armi disponga se non di quelle che fornisce la poesia.

E al tramutare dei colori e dei valori a alla oscillazione del gusto, nulla è più certo di gioia leggera  e segreta, appena toccata da un morbido filo di malinconia, di quel brano di vita cui l’Accademia e la sua pittura erano negate, così come ogni leggerezza e morbidità di esecuzione.

Bisognerebbe iniziare la storia personale di questo pittore e stabilire quale era la pittura allora, agli inizi della attività, del piacere emotivo dei primi contatti coi colori e coi pennelli. E poi le prime faticose tappe, con le “collettive” in varie città italiane ( La mia Romagna l’ho nel sangue e dentro al cuore come segreto seme di amore e di onore!).

Volle non riconoscere il moderno, e interamente si gettò, disperatamente, ma consapevolmente, verso il naturalismo arioso e paesano, ma raffinato da gusto e saggezza. Diresse le proprie naturali facoltà di pittore intelligente e attento entro una maniera tradizionale e suggestiva, affinando i propri mezzi espressivi nella interpretazione magica della figura “naturale” del mondo in chiave cromatica: gridi brevi e sussurri di schietto colore temperato in certe sottili dissolvenze, frutto di una non frequente comunanza di linguaggio, dal soffio avvolgente della luce, dell’aria luminosa, natura trasparente di aliti resa ancora più interiore in una sorta di incantato intimismo che la poesia gli suggeriva.

La propria verità espressiva dal colore, per essere significante, dovette necesariamente rapprendersi e ricercare nello stesso tempo un “segno” allusivo, disparendo nell’attimo in figure di incantata chiarità. Istinti e sensibilità sono infatti le prerogative di Ghinassi, qualità proprie della sua natura e di cui egli  seppe fare tesoro, mantenendole sempre vive e attive in costante consapevolezza.

La sua attenzione si è concentrata sul problema del colore (ottimamente risolto) sotto la specie di unico fattore determinante della forma. Questa forma trepida e conscia, estremamente sensibile di tocco estroso ed immediato per cui la pennellata mantiene la sua gioiosa freschezza.

Le sue immagini lievi e gentili hanno una loro felice consistenza in un impasto armonioso quanto compatto e tenace. Si, perchè il solitario e quasi scontroso Ghinassi di Riolo Terme di Ravenna, dipinge  le sue patetiche trasparenze sulla ceramica di terra rossa.

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Alla Galleria d’Arte “L. Varoli” di Ravenna dal 15 al 30 ottobre – Mostra personale di Sante Ghinassi

Sergio Savorani da il “Nuovo Diario” del 15 ottobre 1977

 

Con la consueta modestia e senza vistosi titoli, il pittore ceramista Sante Ghinassi ha tratto dal suo studio di Riolo Terme sessanta opere inedite per esporle dal 15 al 30 ottobre alla galleria d’arte “Luigi Varoli” in piazza Mameli a Ravenna.

Sante Ghinassi non è uno sconosciuto negli ambienti artistici, per cui ogni presentazione biografica è superflua. Ma al di là del ritratto celebre o delle ovazioni degli esperti, sta sorgendo una storia singolare, una fama che si estende a macchia d’olio fra la gente semplice, che ammira solo con gli occhi e col cuore, anche se non conta e non spende. L’arte di Ghinassi ha il pregio di dar confidenza a tutti e di stupire lo sguardo. Per un artista abile ed appassionato, che non si è adeguato alla mode, è questa la soddisfazione più grande e più stimolante.

La sua maturità di artista si gusta nei ritratti cesellati dal vero, in un clima e in un luogo preciso, con delle espressioni reali. Ghinassi non ti lascia, come visitatore, interpretare nulla; ti fa vedere, ti spezza il pane sotto gli occhi, ti fa sgusciare una pannocchia di quel frumento rosso di sole e pronto per la spannocchiatura dopo un’estate incandescente.

Espone numerose “nature morte”, lavorate a mano filo su filo, tanto che finisci col credere che quei cesti di vimini con uva e melagrane, li abbia intessuti davvero su quelle mattonelle.

Nel “ritorno da caccia”, nella “colombella” e negli altri paesaggi con uccelli, nei quali i colori veri e nitidi addolciscono di melanconia l’atmosfera dell’abbandono, c’è tanta umanità e condivisione.

Così tutto si richiama all’ambiente romagnolo, perchè la sua terra, le abitudini, gli arnesi che odorano di casalingo e di solida genuinità, sono entrati in lui e fanno parte del suo essere uomo e artista. Basta osservare una sedia, un fiasco impagliato, una sveglia, la brocca romagnola, il vino, il pane, il prosciutto e la piadina: si capisce che è tutta roba nostra, fatta così.

Tutta la mostra sembra imperniata attorno ad una ceramica policroma raffigurante una ragazza di stile e modestia passante, vestita dal gusto del pittore, con cappello ad ampie tese, capelli intrecciati proprio per starle bene, nastri annodati ed abiti a fiori; ma al centro il viso con lo sguardo disincantato della fanciulla moderna, con una margherita tra le dita. Non può non essere la Primavera.

Sante Ghinassi, questo schivo ma devoto tradizionalista rinascimentale, plasma le sue piastrelle con l’abilità del mestiere e con la passione di un profondo senso religioso, in modo da renderti evidente che esse fanno parte dalla sua storia e sono il segno visibile della sua sensibilità che lo fa accostare con il cuore alla natura e alle persone.

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Elena Gollini – Curatore d’arte e giornalista

 

Un’aggregazione eterogenea e bilanciata di elementi variegati, compone la ricercata e raffinata formula espressiva di Sante Ghinassi, all’insegna di un’arte senza tempo e dotata di grande carica ed energia vitale. Si è saputo muovere con garbo riflessivo nell’articolato panorama contemporaneo, traducendo con un proprio linguaggio pluri-sensoriale, quanto della dimensione reale ha recepito con più empatia. Dotato di una creatività molto versatile e di una sensibilità intuitiva, ha saputo cogliere il senso del bello e dell’armonia senza mai dare spazio ad eccessi di sofisticato virtuosismo estetico, per rendersi fautore e portavoce di una comunicazione verace e veritiera, frutto di un autentico trasporto intimo e introspettivo. Le opere sono soave e delicata poesia del cuore e dell’anima, tradotta in arte pura e incontaminata. Lo spirito di condivisione con il fruitore, lo ha sempre guidato nel cercare un cammino di evoluzione che fosse sinonimo di crescita interiore positiva, da spendere come esempio di stimolo.

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